La Val di Susa porta della Cultura al Salone del Libro di Torino
Ci sono territori che si raccontano da sé, lasciando alla retorica il lavoro che spetterebbe alle pietre, ai fiumi, alle abbazie sospese sul vuoto. E ci sono territori che hanno imparato — con quella calma sabauda che a Torino chiamiamo eleganza e altrove ostinazione — a costruirsi una voce. La Val di Susa appartiene a questa seconda specie. E al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 la sua voce arriva non più come ospite, ma come protagonista riconosciuto, con una presenza nell'Oval che è ormai una costituzione non scritta della manifestazione.
L'edizione di quest'anno conferma quanto si era già intuito nelle precedenti: la valle è diventata, in pochi anni, uno dei luoghi più operosi del Piemonte sul versante editoriale. E lo è in un modo particolare, che merita di essere descritto. Non per concentrazione di grandi case editrici — quelle stanno altrove — né per affollamento di scuole letterarie. La Val di Susa pesa al Salone perché è capace di mettere insieme, in un solo padiglione, oltre cinquanta autori del territorio e ventiquattro appuntamenti distribuiti lungo i cinque giorni della fiera, comprese alcune sale regionali. Una densità che, a guardarla bene, racconta più cose di quante non ne dicano i comunicati ufficiali.
Una valle che scrive
Il programma di quest'anno tiene insieme generi che, in altri contesti, si guardano da lontano. Il romanzo storico convive col thriller; la narrativa contemporanea con il racconto autobiografico; le saghe ambientate in montagna con la riflessione sulla memoria del territorio. È un mosaico. E come tutti i mosaici, lo si apprezza solo a una certa distanza.
Da quella distanza, ciò che si vede è una valle in cui scrivere non è gesto isolato, ma pratica diffusa: nei comuni della bassa valle come in quelli più alpini, nei circoli di lettura come nelle redazioni locali, fra autori affermati ed esordienti che trovano nell'identità valsusina un materiale narrativo inesauribile. Il Salone diventa così il momento in cui questa pratica si presenta al pubblico nazionale — con la consapevolezza, oramai, di non doversi giustificare.
Tra i luoghi che ricorrono nelle pagine in arrivo all'Oval, uno torna più degli altri: la Sacra di San Michele. Non è una sorpresa. L'abbazia che dà il nome simbolico alla valle — e che Umberto Eco prese a modello, com'è noto, per Il nome della rosa — è da sempre uno scenario letterario di prima qualità . La sua silhouette appare in romanzi storici, gialli, narrative contemporanee, opere per ragazzi. Continua a fare quello che sa fare meglio: dare alle storie un peso geografico e spirituale che pochi altri luoghi italiani sanno offrire.
Historica Edizioni e i romanzi della valle
Tra gli editori presenti, Land Editore e Historica Edizioni porta al Salone due titoli che con la valle hanno un legame stretto, talvolta esplicito: "L'acqua non dimentica" e "Il Volpone e la Verrua", entrambi dello scrittore e giornalista Claudio Pasqua, ingegnere di formazione e da anni voce attenta alle trasformazioni del territorio piemontese.
Il primo è un mistero ambientato a Bussoleno nel 1867, costruito attorno alla figura di Beatrice Lanfranchi, una giovane investigatrice che si trova a indagare su una morte rimasta senza spiegazione. L'acqua del titolo — quella della Dora Riparia, dei mulini, delle bealere che attraversano i borghi — non è soltanto cornice: è memoria. Custodisce ciò che le generazioni hanno deposto sul fondo, e di tanto in tanto lo restituisce alla superficie. È un romanzo che lavora sui margini fra cronaca e leggenda, e che nel suo finale rifiuta la consolazione facile.
"Il Volpone e la Verrua" si sposta indietro di un secolo e mezzo, alla corte di Vittorio Amedeo II di Savoia — il principe astuto che gli storici ribattezzarono appunto la Volpe Sabauda — e alla figura della Contessa di Verrua, sua amante, intellettuale, donna di potere. Il romanzo intreccia intrigo politico e dimensione simbolica, riferimenti documentari e tensione narrativa, attorno a quel Forte della Verrua che ha segnato gli equilibri militari del Seicento e Settecento piemontese. È un libro che, dietro l'apparenza dell'avventura storica, mette in scena un certo modo sabaudo di stare al mondo: il calcolo lungo, la pazienza ironica, la diffidenza verso le passioni teatrali.
Allo stesso autore si deve un terzo titolo che al Salone troverà spazio: "I numeri non mentono", giallo ambientato nella Torino del 1964 — la città dei tram, della nebbia che sale dal Po, dei segreti familiari sussurrati nei portoni di via Carlo Alberto. Una Torino che, a sessant'anni di distanza, riconosciamo ancora. Pasqua sarà fra i protagonisti dello Spazio Dialoghi del 16 maggio, in un appuntamento dedicato all'antologia Cold Land – Racconti dalle terre del delitto, curata da Claudio Secci per Land Editore, in cui figura un suo racconto torinese.
Voci nuove, sensibilità diverse
Accanto agli autori più riconoscibili, il programma valsusino dà spazio a voci nuove. Sono narratrici e narratori che usano la scrittura come strumento di indagine personale, che esplorano la dimensione intima dell'autobiografia, che raccontano la montagna senza cedere al folklore, che provano — e questa forse è la cosa più interessante — a inscrivere la propria esperienza nel paesaggio. La pubblicazione recente di Confessioni di autore – Beatrice Lanfranchi 1867 su Interiorissimi è uno degli esempi di questo lavoro più sotterraneo, che precede e accompagna le presentazioni ufficiali.
Ne risulta un panorama in cui convivono tre generazioni di lettori e altrettante di scrittori. È un dato che, nel mondo editoriale italiano contemporaneo, ha del miracoloso.
Dal Salone alla candidatura: Capitale Italiana della Cultura 2028
C'è però un orizzonte più ampio, di cui la presenza al Salone è soltanto la manifestazione più visibile. La Val di Susa sta valutando, in queste settimane, una candidatura che fino a un paio d'anni fa sarebbe parsa ardita: quella a Capitale Italiana della Cultura 2028.
L'annuncio è arrivato dall'Unione Montana Valle Susa, che ha avviato la verifica dei presupposti per partecipare al bando ministeriale. È un progetto di territorio, non di singolo comune: un dossier che, se prenderà forma, dovrà mettere insieme le voci dei comuni della bassa valle e quelle dell'alta, le comunità storicamente diverse di Susa, Avigliana, Bardonecchia, di tutti i centri che lungo l'asse vallivo conservano memorie distinte e talvolta concorrenti.
Il perno della candidatura, almeno nelle intenzioni, è la Via Francigena. L'antico cammino che dal Nord Europa scendeva verso Roma attraverso il Moncenisio e l'alta valle è da tempo oggetto di un lavoro di valorizzazione paziente, e i tempi — secondo l'Unione Montana — sarebbero ora maturi per trasformare quel percorso in un dossier strutturato. La Francigena ha un vantaggio non trascurabile: è un patrimonio europeo, capace di unire ciò che la geografia separa, e di offrire alla giuria ministeriale una dimensione di confine — alpino, francese, transnazionale — che ha sempre pesato favorevolmente nelle scelte del Ministero della Cultura.
I concorrenti, la posta in gioco
La corsa per il 2028 è ufficialmente aperta, e già si delineano alcuni dei contendenti. Pisa punta su un dossier centrato sull'università e sulla storia medievale; Viterbo sulla Tuscia e sulla civiltà etrusca; Reggio Calabria sul Mediterraneo magnogreco. Anche all'interno del Piemonte si muove qualcosa: si parla di Alba e delle Langhe come possibile candidatura di distretto, mentre Vercelli — non a caso — viene indicata come potenziale antagonista proprio sul tema francigeno.
I vantaggi di vincere sono concreti. Un milione di euro di contributo statale per la realizzazione dei progetti culturali, una visibilità mediatica nazionale e internazionale che si moltiplica nei mesi precedenti e successivi all'anno di nomina, l'attrazione di investimenti pubblici e privati per il restauro dei beni culturali e per le infrastrutture di accoglienza, nuovi posti di lavoro nel settore turistico-ricettivo, il consolidamento di un'identità che — diciamolo — ha pagato negli anni un certo deficit di rappresentazione mediatica.
Ma il vantaggio meno misurabile, e forse il più interessante, è quello della rigenerazione urbana e del consolidamento identitario. Una Valle di Susa Capitale della Cultura sarebbe in grado di mettere ordine, almeno per una stagione, in quel mosaico di iniziative locali che oggi rischia talora la dispersione: i festival letterari, le rassegne musicali nelle abbazie, i progetti scolastici sulla memoria, le residenze d'artista, i percorsi escursionistici a tema culturale. Tutto verrebbe ricondotto a una narrazione unitaria, e questo, in un territorio che storicamente ha fatto fatica a riconoscersi come unità , vale forse più del milione di euro.
La tabella di marcia
I tempi sono serrati. Se l'Unione Montana deciderà di procedere, la manifestazione d'interesse dovrà essere presentata entro la fine del 2026. L'invio del dossier definitivo è previsto agli inizi del 2027, con la proclamazione della città vincitrice attesa per la primavera dello stesso anno. Significa che i prossimi diciotto mesi saranno decisivi: per il coinvolgimento dei comuni, per la costruzione del progetto culturale, per la mobilitazione degli operatori del territorio.
E proprio qui — al modo in cui si arriverà a quel dossier — il Salone del Libro 2026 assume un significato che va oltre la fiera. Lo stand dell'Oval, con i suoi cinquanta autori e i suoi ventiquattro appuntamenti, è in fondo una prova generale: una dimostrazione di cosa la valle può produrre, quando decide di farlo, in termini di racconto di sé. La candidatura del 2028, se ci sarà , dovrà costruire sull'esperienza del Salone — ossia su una rete di voci che si conosce, si frequenta, e ha imparato a presentarsi al pubblico nazionale senza il complesso del provinciale.
Una porta, non un confine
L'immagine della Val di Susa come porta della cultura — porta verso la Francia, porta verso l'Europa, porta verso il Piemonte sabaudo — non è soltanto una formula promozionale. È, geograficamente, ciò che la valle è da sempre stata. Le pietre della Sacra di San Michele, gli archi di Susa romana, i forti settecenteschi, i sentieri francigeni: tutto, in questa valle, è stato pensato per essere passaggio. Per accogliere chi viene da fuori e accompagnarlo da qualche altra parte.
Il Salone del Libro 2026 restituisce a questa vocazione una forma contemporanea. Le storie della valle escono di casa, si presentano al pubblico nazionale, e — questa volta — non chiedono il permesso di entrare. La candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2028 è il passo successivo, naturale: dimostrare che il transito può diventare destinazione, almeno per un anno.
Che la candidatura vada in porto o no, il punto è già stato segnato. Una valle che, da realtà periferica del Piemonte alpino, è capace di costruire in pochi anni una presenza al Salone così strutturata, è una valle che ha imparato a raccontarsi. E in Italia, oggi, raccontarsi è quasi sempre il primo passo per durare.
L'Oval, dal 14 al 18 maggio, sarà una buona occasione per andare a verificare — di persona, come si conviene — se questa narrazione regge anche al confronto con il pubblico. I segnali, finora, sono incoraggianti.

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